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Un robot per salvare le barriere coralline (dal Corriere della Sera, 10 Maggio ’13)

Recupero sui fondali di pezzi di corallo ancora viventi da «attaccare» nuovamente sulla barriera

Il coral-botIl coral-bot
Lo scorso settembre veniva rilasciato il rapporto dell’International Union for Conservation of Nature (Iucn) che prevedeva per il 2030 la scomparsa del 70% delle barriere coralline (reef) a causa di inquinamento, aumento della temperatura, acidificazione dei mari, pesca intensiva e a strascico. Un’urgenza che preoccupa da anni i biologi marini, tanto che l’Università Heriot-Watt di Edimburgo sta ora progettando robot marini per la ricostruzione dei reef.

CORAL-BOT – Il robot progettato si chiama Coral-bot e dovrebbe lavorare, come uno sciame, insieme ad altri sottomarini autonomi per cercare sul fondale marino pezzi di corallo ancora viventi da «attaccare» nuovamente sulla barriera. Il corallo è una struttura di carbonato di calcio secreta da microrganismi, in grado rigenerarsi e ricrescere, ma molto lentamente. «Trovare pezzi di reef dispersi, ma ancora vivi potrebbe accelerare il processo di riparazione della barriera», spiegano i responsabili del progetto. Il Coral Reef Monitoring Network (Gcrmn), con sede in Australia, ha recentemente stimato che il 19% della barriera corallina mondiale è scomparso negli ultimi anni: oggi si occupano della sua protezione e ricostruzione alcuni volontari il cui lavoro, seppur meritevole, non può contrastare una perdita così ingente.

Robot per le barriere coralline Robot per le barriere coralline Robot per le barriere coralline Robot per le barriere coralline Robot per le barriere coralline Robot per le barriere coralline

COLLABORAZIONE A SCIAME – Questo robot fornirebbe invece un aiuto sostanziale e su larga scala, anche perché i danni stimati per la distruzione delle barriere sono molteplici, tali da poter influenzare anche la vita sulla terra: il reef protegge dalle correnti marine e fornisce cibo per la fauna marina, inoltre è una fonte consistente di guadagno derivante dal turismo. «Il progetto si avvale di uno dei sistemi più interessanti e impressionanti in natura: la collaborazione a sciame, grazie al quale singoli individui collaborano per costruire strutture complesse e funzionali», ha detto David Corne, scienziato dell’Università Heriot-Watt.

FASE INIZIALE – La ricerca è in realtà ancora in fase inziale, per ora è stato testato il prototipo Nessie 4 in mare aperto, ma adesso la squadra di ricercatori lavorerà al suo miglioramento, soprattutto per quanto riguarda le braccia meccaniche e il sistema di riconoscimento visivo per identificare i pezzi di corallo sani. Per questo motivo è stata lanciata una campagna su Kickstarter per raccogliere 107 mila dollari per finanziare le prossime fasi del progetto. Un incentivo per trovare i finanziatori? Contribuendo con 25 dollari, il proprio nome verrà stampato su uno dei robot, con una donazione di mille dollari il nome verrà inciso su una pietra che diventerà parte della struttura del primo reef ricostruito (previsto a ottobre 2014).

Carolina Saporiti8 maggio 2013 (modifica il 10 maggio 2013)© RIPRODUZIONE RISERVATA

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