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Alluvioni e frane…..

Alluvioni e frane……

In Mediterraneo, dalle ultime stime, circa 140 milioni di persone abitano lungo la costa e, per quello che ci riguarda più da vicino, il 30% della popolazione italiana vive stabilmente in una stretta fascia di territorio non ben definita che spesso viene chiamata “zona costiera”. Generalmente queste aree sono presentate come un’estensione verso il mare che include ecosistemi particolari, come le praterie di Posidonia oceanica, e che incorpora anche gli estuari dei fiumi. La parte terrestre è ancora più complicata definirla ma attualmente viene seguito l’approccio utilizzato nei rapporti della Commissione Europea, cioè si considera una fascia terrestre di circa dieci Km di larghezza all’interno della linea di riva.
La notevole difficoltà nel definire la fascia costiera si riflette ancora di più nella gestione e salvaguardia di questo delicato e fragile territorio: la mancanza di confini e limiti ben definiti sia morfologici sia economico-amministrativi rendono tutto molto complesso. Dobbiamo considerare la fascia costiera come un ecosistema in cui la natura e le attività dell’uomo si sommano ed interagiscono modificando continuamente la situazione.
L’importanza e, allo stesso tempo, la fragilità di questo territorio, soprattutto per noi livornesi è visibile ogni giorno: sul lungomare ci andiamo a fare le passeggiate salutari ma poco di fronte ci sono le aree di ancoraggio di navi cisterne; andiamo al mare parcheggiando moto e auto su una delle arterie stradali più importanti e trafficate della città (pensiamo al Romito in estate), ci sono stabilimenti balneari praticamente all’interno di uno dei porti più importanti del Mediterraneo, depuratori che scaricano, barche che navigano, le attività di pesca, il terminale di rigassificazione e, proprio perché il tratto costiero significa andare nell’entroterra per Km, ci sono i boschi, le industrie e i quartieri più popolosi con i loro scarichi industriali e civili. Ovviamente tutte queste attività hanno un grandissimo impatto sull’ambiente marino costiero il quale rappresenta lo spartiacque tra i contaminanti che provengono dal mare come ad esempio uno sversamento da parte di una nave all’ancora e quelli che provengono da terra, un esempio per tutti sono i fiumi e quello che trasportano.
Negli ultimi mesi, i boschi delle colline livornesi fino a Chioma, sono stati sottoposti a potatura. Nessuno, in particolare il sottoscritto, mette in discussione la legittimità del proprietario di un bosco di ricavarci qualcosa né si discute sulla correttezza ed attenzione dei controlli da parte degli enti preposti (Provincia, Corpo Forestale, ecc.). I responsabili delle attività, giustamente, affermano che il taglio del bosco è una normale attività di coltura che “…a differenza del grano, si fa ogni 30 anni….” e che questo tipo di operazioni favoriscono un aumento della biodiversità del bosco.

La perplessità però è sull’opportunità a svolgere questo tipo di lavori in zone particolarmente a rischio e in questo momento in cui le condizioni meteorologiche si stanno estremizzando.
Ad esempio, il tratto di costa che, come Associazione, ci sta più a cuore è quello di Calafuria. Questa fascia costiera, nella sua estensione terrestre, subì un danno enorme durante il grosso incendio del 1990. I danni non furono solo nella distruzione di quasi tutta la macchia d’alto fusto ma soprattutto nella quantità di sedimenti che, ad ogni pioggia, si riversavano in mare come veri e propri fiumi fangosi. A causa della mancanza della vegetazione, l’azione erosiva dell’acqua (dilavamento) sul terreno divenne enorme asportando migliaia di Kg di terra per ogni ettaro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti anche adesso: un forte acquazzone di un paio di ore crea una chiazza marrone che lambisce tutta la riva e che di fatto proibisce le immersioni per almeno un paio di giorni, se contemporaneamente non ci sono venti foranei, altrimenti i giorni diventano settimane.
Il sedimento che finisce in acqua inoltre, non è autoctono, cioè naturale del fondale marino presente; ha origine terrestre e quindi diversa granulometria che il moto ondoso e le correnti marine non riescono a gestire come la normale sabbia presente e che quindi resta in sospensione per molti giorni. Inoltre, avendo origini terrestre ci sono dei carichi di sostanze nutritive, come azoto e fosforo ben più alti rispetto all’acqua marina a causa dei fertilizzanti usati in agricoltura, detersivi, e scarichi civili ed industriali provenienti dalle attività a monte. Questo ha creato, anche nel mese di agosto dopo un forte acquazzone, il divieto di balneazione in alcune zone a sud di Livorno, dove appunto le colline arrivano fino al mare.

Proprio in questi giorni l’Associazione è impegnata nella preparazione di un tavolo tecnico organizzato dalla Proloco di Livorno per cercare di gestire il problema del “ghost fishing” cioè reti abbandonate che continuano a pescare e a soffocare gli organismi sessili. Sicuramente è un passo importante per la salvaguardia di questi fondali ma credo che i fenomeni alluvionali creino danni altrettanto gravi rispetto a qualche decina di reti abbandonate poiché possono soffocare totalmente chilometri di falesia andando ad agire sull’intero ecosistema marino.
Credo che andare ad effettuare operazioni di taglio per salvaguardare il bosco in zone troppo vicine alla costa in questo particolare “momento climatico” sia un esperimento pericoloso. Il legislatore dovrebbe rendersi conto che quello che poteva essere autorizzato solo dieci anni fa, forse adesso non è più possibile: per assurdo la natura sta cambiando ad una velocità maggiore di quanto gli enti preposti riescono a fare.
Esempi negativi ce ne sono molti: la scorsa estate una piena del Rio Chioma affondò decine di imbarcazioni all’interno del porticciolo. La cementificazione e la rettificazione del torrente hanno trasformato le sponde: queste sono diventate lisce come pareti non più capaci di opporsi al flusso dell’acqua che risulta molto più veloce e quindi più pericoloso per la sua maggiore energia erosiva. Nonostante questo è stato autorizzato il taglio all’interno del bosco tra Quercianella e Chioma che è andato avanti fino alla fine del mese di luglio.

Sarebbe opportuno che la fascia costiera fosse gestita con un approccio integrato: quello che succede a terra si ripercuote necessariamente sul tratto di costa e viceversa.

Che cosa possiamo fare? Francamente è molto difficile capirlo ma penso che tutti noi, adeguatamente sensibilizzati intorno ai devastanti abusi che questo fragile ambiente costiero sta subendo, possiamo operare in modo concreto per eliminarli o quanto meno rallentare i loro effetti per le generazioni future.

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